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Almeno da quando la Francia, nel 2004, ha imposto il divieto nazionale dell´hijab per le studentesse nelle scuole statali, simili richieste sono diventate all´ordine del giorno per la maggioranza dei politici nazional-conservatori a livello europeo. Evidentemente, come spesso si legge, ci si permette di ottenere un grande successo politico grazie ad un semplice „pezzo di stoffa“.
Da lungo non piú stigmatizzato esclusivamente dalle femministe come una forma di oppressione ed ineguaglianza, al momento l´attraente dibattito sull’hijab si e’ evoluto in un´immensa confusione di opinioni differenti.
Mentre nell´ultimo millennio prevaleva la classica immagine della donna musulmana oppressa dal sistema patriarcale, nel nuovo millennio é passata sempre piú in primo piano l´affermazione della simbolicitá del velo.
Sicuramente ció dipende dal fatto che sempre piú giovani donne, tra cui in misura crescente anche le convertite, decidono di propria iniziativa di portare l’hijab e, se richieste, difendono la loro decisione pubblicamente. La tendenza, del resto, non e’ limitata all’Islam. Notoriamente, fin dagli anni ´70 sta avendo luogo un massiccio „ risveglio „ in tutti i contesti religiosi, in particolare nell´ambiente cristiano delle chiese libere.
Invece di ascoltare queste donne e rispettare la loro libera decisione a favore del velo, alcune femministe si precipitano in una forzata apologetica di “educazione”. Esortano le donne musulmane a interiorizzare assolutamente e acriticamente la da poco conquistata uguaglianza tra uomini e donne, congedandosi dalle proprie convinzioni tradizionali e religiose. Quando questi “ tentativi di forzata emancipazione” falliscono, ci si sforza di caricaturare l´hijab come simbolo politico, come se esso fosse una manifestazione di un certo orientamento politico e ideologico all’interno dell´Islam. Alcune musulmane definite “moderne” o “liberali”, che in questioni etiche non fanno quasi mai ricorso ai testi normativi originari, vengono rappresentate come „prova“ che l´uso dell´hijab o del volto coperto sia attribuibile solo ad una forma particolarmente radicale dell´Islam. Nel frattempo, il discorso si sviluppa in affermazioni da salotto del tipo: chi si vela, nega il dialogo sociale.
Quanto sia falsa questa „argomentazione“, lo dimostra uno sguardo superficiale alla storia culturale islamica. Sia l´hijab che le diverse forme di copetura del volto sono documentabili lungo tutte le epoche fino alle prime fasi dell´Islam. Ció non sorprende, poiché, per esempio, a differenza della questione sul minareto, la Normativa islamica (iN) non lascia alcun dubbio sull´individuale dovere religioso dell´hijab. Prima che le rispettive fonti siano citate, va osservato che il sostantivo arabo di hijab, che oggi viene, semplificandolo, tradotto con „velo“, ha un significato molto piu´ profondo.
Il verbo hajaba significa nella sua definizione originaria: coprire, ricoprire.
Un hijab islamico, come verrá ora mostrato, si riferisce non solo al velo, ma comprende anche l´intera area pettorale.
Cosí si definisce nella traduzione del Sacro Corano:
«E di´alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti (…).» Sura an-Nur(24), 31.
«O Profeta, di´ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, cosí da essere riconosciute e non essere molestate. Allah é perdonatore, misericordioso.» Sura al-Ahzab(33), 59.
Molto piú espliciti sono i numerosi Ahadith (pl. arabo,Tradizioni del Profeta), che sono stati trasmessi, in relazione all´obbligatorietá dell´ hijab, dalla moglie piú giovane del Profeta (saws), Aisha (ra), o dal suo Compagno, Anas ibn Malik (ra). Grazie alla chiarezza degli autorevoli testi originari regna il consenso tra tutti i riconosciuti giuristi islamici, che l´uso dell´hijab é un dovere religioso ed un atto di culto. Poiché lo stato svizzero non reclama alcun potere religioso, dovrebbe affidare la valutazione delle questioni teologiche agli studiosi riconosciuti dalle rispettive comunita’ religiose. Persino se l´hijab non fosse un obbligo religioso, ma solamente una pratica volontaria, il legislatore di uno stato liberale dovrebbe inorridire di fronte ad una limitazione della libertá religiosa di queste donne. L´hijab é una componente normativa del credo islamico e non una semplice reminescenza culturale, che col tempo bisogna abbandonare. Limitando questa pratica di fede, si viola il diritto individuale alla libertá religiosa.
In sintesi, vorremmo sottolineare che l´hijab é un dovere religioso ed una pratica di culto in conformitá al consenso di tutti i teologi islamici riconosciuti e non un mero simbolo. La costituzione federale protegge il libero esercizio della religione. Non si arreca a nessuno uno svantaggio, quando una donna musulmana indossa un abbigliamento decente insieme ad un velo o, in misura minore, il velo integrale. Pertanto, il dibattito ci sembra strano e limitante. Il Consiglio Centrale Islamico della Svizzera (IZRS) prende posizione principalmente a favore del mantenimento della libertá di manifestazione religiosa e desidera una graduale concretizzazione del dibattito.
Stand: 13.1.2010 / 27. Muharram 1431
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